Il progetto #gentesicura nasce in un luogo sorprendentemente semplice: le pagine di un blog personale.
Non un think-tank, non un convegno, ma uno spazio digitale in cui ho iniziato anni fa a riflettere pubblicamente su ciò che osservavo ogni giorno nel mio lavoro: le tensioni, le contraddizioni e le opportunità dell’ecosistema dei dati personali.
Scrivere di privacy, sorveglianza e tecnologia non è mai stato soltanto un esercizio tecnico. Con il tempo è diventato un modo per dare forma a domande che riguardano tutti.
Nel mio lavoro ho potuto osservare da vicino come organizzazioni pubbliche e private trattano — e talvolta trascurano — i dati delle persone.
Ho visto quanto sia fragile l’equilibrio tra innovazione e tutela, tra efficienza e rischio, tra necessità organizzativa e diritto fondamentale. Soprattutto, ho visto quanto spesso la protezione dei dati venga percepita come burocrazia, quando invece è un presidio di civiltà.
Poi ci sono i sistemi: log, configurazioni, ruoli di accesso, vulnerabilità, resilienza operativa. È lì che si comprende che la privacy non è una materia giuridica né tecnica, ma un territorio di confine in cui diritto, tecnologia e comportamento umano coincidono.
E infine le indagini. Nell’informatica forense i dati smettono di essere teoria: diventano tracce. Ogni gesto digitale lascia un’impronta, ogni omissione racconta qualcosa, ogni errore di sicurezza produce una storia.
È in questo contesto che l’autodifesa digitale ha smesso per me di essere un tema divulgativo ed è diventata una necessità.
Negli anni questi piani hanno iniziato a convergere. Da questa convergenza nel 2025 è nato #gentesicura: non come progetto letterario, ma come visione di cittadinanza digitale e sicurezza democratica nell’era degli algoritmi.
Una visione in cui la narrativa illumina i punti ciechi della tecnologia. In cui i racconti non sono evasione, ma strumenti di osservazione. In cui il diritto dei dati non è solo norma, ma linguaggio per difendere la dignità delle persone.
#gentesicura nasce così: dal tentativo di tradurre in storie ciò che spesso resta intrappolato nella tecnica o nel linguaggio normativo.
Restituire alla privacy la sua dimensione originaria: uno spazio umano da difendere, non perché abbiamo qualcosa da nascondere, ma perché abbiamo diritto a essere noi stessi.
Non è soltanto un progetto scritto da un DPO.
È il tentativo di raccontare, con la narrativa, ciò che nel mondo digitale accade prima ancora di essere compreso.
