Un nome che parla di segni, connessioni e del rischio di vedere ciò che non c’è.
Abulafia non è un nome scelto a caso.
Rimanda ad Abraham Abulafia, mistico e pensatore ebreo del XIII secolo, una delle figure più originali della tradizione cabalistica medievale. Nella sua ricerca ebbero un ruolo centrale le lettere, le parole e le loro combinazioni: elementi da osservare, scomporre e ricomporre alla ricerca di significati e relazioni.
Secoli dopo, il nome riappare in un luogo sorprendentemente vicino al nostro presente digitale.
Il computer di Umberto Eco
Nel romanzo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, pubblicato nel 1988, Abulafia è il nome del computer di Jacopo Belbo.
Belbo, Casaubon e Diotallevi utilizzano il computer per combinare informazioni, testi e riferimenti provenienti da fonti diverse. Quello che nasce quasi come un gioco intellettuale finisce però per costruire una rete di connessioni sempre più complessa, fino a trasformare una costruzione immaginaria in qualcosa che viene scambiato per reale.
È uno dei grandi temi del romanzo di Eco: se disponiamo di abbastanza informazioni, possiamo sempre trovare una relazione tra due cose. Ma trovare una relazione non significa aver trovato la verità.
Il pendolo di Foucault diventa così anche una riflessione sui limiti dell’interpretazione e sui pericoli di una produzione incontrollata di connessioni e significati.
Perché questo nome oggi
Trent’anni dopo, quella riflessione è diventata straordinariamente attuale.
Viviamo immersi in messaggi, immagini, video, notifiche, algoritmi e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Ogni giorno dobbiamo decidere se ciò che vediamo è autentico, plausibile, manipolato o completamente falso.
Un messaggio sembra provenire dalla nostra banca.
Una voce sembra quella di una persona che conosciamo.
Un’immagine sembra documentare un evento reale.
Una notizia sembra confermare qualcosa che già pensavamo.
Il problema non è più soltanto avere accesso alle informazioni.
Il problema è interpretarle.
Dalle connessioni agli indizi
L’Abulafia di #gentesicura nasce proprio da questa idea.
Non cerca significati nascosti dietro ogni cosa e non pretende di possedere una verità che l’utente non conosce.
Fa quasi il contrario.
Scompone una situazione in indizi.
Osserva gli elementi disponibili, evidenzia anomalie, cerca possibili spiegazioni, suggerisce verifiche e aiuta a distinguere ciò che sappiamo da ciò che stiamo soltanto supponendo.
Davanti a un messaggio sospetto, la domanda non è semplicemente:
«È vero o falso?»
Le domande diventano:
Chi lo sta dicendo?
Come posso verificarlo?
Quali elementi rendono credibile questa richiesta?
Quali segnali dovrebbero invece insospettirmi?
Quale informazione mi manca prima di decidere?
È questa la logica dell’autodifesa digitale.
Una macchina non è un oracolo
C’è infine un’altra ragione per cui abbiamo scelto questo nome.
Nel mondo dell’intelligenza artificiale è facile attribuire alla macchina un’autorità che non possiede.
Un sistema può elaborare enormi quantità di informazioni, individuare schemi e produrre spiegazioni convincenti. Ma può anche sbagliare, interpretare male un contesto o costruire una risposta plausibile intorno a un’ipotesi errata.
La capacità di collegare informazioni non coincide con la capacità di conoscere la verità.
Per questo Abulafia non è un oracolo.
È uno strumento.
La decisione finale rimane alla persona.
Il nome è parte del progetto
La scelta di chiamarlo Abulafia esprime quindi una precisa idea di tecnologia.
L’intelligenza artificiale può aiutarci a osservare meglio, mettere in relazione gli elementi e formulare nuove domande.
Ma deve anche ricordarci che non tutte le connessioni sono significative, non tutto ciò che appare plausibile è vero e non tutto ciò che viene prodotto da una macchina deve essere creduto.
Nell’epoca dei deepfake, del phishing, delle truffe digitali e della disinformazione, l’autodifesa comincia proprio da qui:
osservare, verificare, comprendere e soltanto dopo decidere.
È per questo che si chiama Abulafia.
Non è qui per dirti cosa pensare.
È qui per aiutarti a pensare meglio.
