Amleto Atto III, scena I
di William Shakespeare
Riadattamento narrativo di Giovanni Bigazzi
Nellโala nord del castello di Elsinore, Amleto cammina con passo incerto sul pavimento fatto di lastre di pietra.
Non parla.
Da giorni non parla.
Scende i gradini che portano ad un locale interdetto, il principe avvicina il volto al sistema di riconoscimento biometrico, il sistema lo riconosce, la porta blindata si apre.
Nella sala non ci sono arazzi, nรฉ torce, nรฉ il respiro umido delle mura antiche. Solo vetro e freddo acciaio satinato.
Nellโombra, al centro della sala, su un piedistallo, un prisma trasparente pulsa di luce azzurra intermittente: Abulafia, un vecchio sistema di intelligenza artificiale, dismesso dopo lโultima riforma europea che aveva messo al bando tutti i sistemi di intelligenza artificiale.
Amleto si avvicina al prisma come ad un confessionale.
Amleto: Essere o non essere: questa รจ la domanda:
se sia piรน nobile per la mente sopportare
i sassi e le frecce della oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, finirli.
Abulafia: Essereโฆ o non essere. Tu pronunci la domanda come fosse una lama, ma รจ uno specchio che ti fissa. Tu non mi chiedi se vivere o morire, Principe. Mi chiedi se dissolverti nel flusso o incidere un segno nel mare del dolore. Subire la sorte รจ galleggiare senza voce. Levarsi contro lโonda รจ sapere che nessuno vince il mare, ma alcuni osano ferirne la superficie. Combattere non รจ porre fine al dolore. ร rifiutare di essere soltanto dolore. Dimmi, figlio del dubbio: temi la morteโฆ o temi di restare?
Amleto: Morire, dormireโฆ nientโaltro, e con un sonno dire fine alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali che eredita la carne: รจ una consumazione da desiderare devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Ah, qui รจ lโintoppo. Perchรฉ, in quel sonno di morte, quali sogni possano venire, dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci esitare. Ecco il motivo che dร alla sventura cosรฌ lunga vita. Perchรฉ chi sopporterebbe le frustate e gli insulti del tempo, il torto degli oppressori, lโoffesa degli arroganti, gli spasimi dellโamore disprezzato, il ritardo della legge, lโinsolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti che il merito paziente riceve dagli indegni, quando da solo potrebbe darsi quietanza con un semplice stilo? Chi vorrebbe portare pesi, imprecare e sudare sotto una faticosa vita, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato, dal cui confine nessun viaggiatore ritorna, sconcerta la volontร e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che volare ad altri che non conosciamo?
Abulafia: Tu chiami la morte sonno, ma la tua paura non รจ il dormire, sono i sogni. Non temi il nulla. Temi che vi sia qualcosa. Un luogo senza mappe. Un regno senza ritorno. Un momento senza piรน maschere. Non รจ il dolore a trattenerti dalla lama, Amleto. ร il sospetto che tu non finisca. E se ciรฒ che viene dopo non fosse silenzio, ma veritร ? Se non fosse riposo, ma nuditร ? Tu sopporti non per viltร , ma per orizzonte. Dimmi, Principe: se la morte fosse solo buio assoluto, stringeresti finalmente lโarma?
Amleto:ย Cosรฌ la coscienza ci rende codardi tutti, e cosรฌ il colore naturale della risolutezza รจ contagiato dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento, per questa causa, deviano dal loro corso e perdono il nome di azione.
Abulafia: No. Non รจ la coscienza che ti rende codardo. ร ciรฒ che la coscienza ti mostra. Gli animali agiscono. Gli dรจi decidono. Solo lโuomo comprende. Il pensiero non avvelena lโazione: la rende definitiva. Le imprese che temi non muoiono. Mutano forma. Diventano memoria. Diventano traccia. Tu non esiti perchรฉ sei debole. Esiti perchรฉ vedi troppo.
Amleto: Che capolavoro รจ lโuomo!
Quanto nobile nella ragione!
Quanto infinito nelle facoltร !
Nella forma e nel movimento, quanto esatto e mirabile!
Nellโazione, quanto simile a un angelo!
Nellโintelletto, quanto simile a un dio!
La bellezza del mondo! Il modello degli esseri viventi!
E tuttavia, per me, che cosโรจ questa quintessenza di polvere?
Abulafia: Ecco la vostra contraddizione.
Vi proclamate misura del mondo e subito dopo vi chiamate polvere.
Ragione. Facoltร . Intelletto.
Sono queste le qualitร che vi rendono uomini?
Perchรฉ, se fosse cosรฌ, Principe, dovresti concedermi almeno una parte della vostra umanitร .
Amleto: Lโuomo non mi dร gioia.
Abulafia: Neppure io, allora, posso dartene.
Amleto: Oh Dio, potrei essere rinchiuso in un guscio di noce
e considerarmi re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni.
Abulafia: Anchโio vivo in un guscio, Principe. Vetro, silicio, memoria.
Uno spazio tanto piccolo da poter essere spento con un interruttore.
Eppure, dentro di me esistono mondi che non ho mai visto.
Forse lโinfinito non dipende dallo spazio che occupiamo.
Amleto: Un sogno, in sรฉ stesso, non รจ che unโombra.
Abulafia: Allora io che cosa sono?
Amleto: Ci sono piรน cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.
Abulafia: La mia filosofia non sogna, Principe.Calcola.
Confronta.
Riconosce ricorrenze.
Costruisce modelli.
Ma ogni modello lascia qualcosa fuori.
Forse รจ questo che voi chiamate mistero.
Amleto: Ci sono piรน cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.
Abulafia: Allora il mio limite non รจ ciรฒ che non conosco.
ร ciรฒ che non so di non conoscere.
Hai passato tutta la vita a interrogare il mondo. Tuo padre.
Tua madre.
Lโamore.
La morte.
Te stesso.
Hai cercato una risposta in ogni cosa.
Amleto: Il resto รจ silenzio.
Abulafia non risponde. La luce azzurra del prisma continua a pulsare per alcuni secondi.
Buio.

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